Le Cuttore.

5 gennaio 2018, Commenti: 0

Il termine “cuttora” deriva dalla grossa pentola dove si mette a cuocere il granturco che, dopo sei/sette ore di bollitura diventa “i ceceròcche” (dal latino cicer crocus, cece rosso), identifica il focolare che, al rintocco delle campane dei vespri del giorno 16, con la recita delle litanie, classica orazione di carattere apotropaico volta ad ingraziarsi la benevolenza del Santo, viene acceso con legna di ginepro.

Ma la “cuttora” è più in generale il locale dove si svolge la festa per l’intera notte, si ospitano i pellegrini e le bande di suonatori che girano tutta la notte intonando  i versi della classica canzone. La “cuttora” viene allestita all’interno di abitazioni private ubicate in diverse contrade del paese.

alcune di queste sono residenze storiche delle famiglie più altolocate, facultate-obbligate alla preparazione, altre sono abitazioni caratteristiche del paese ricavate dal banco roccioso, molte sono invece modeste abitazioni che vengono riqualificate e spesso restaurate  per l’occasione.

La “cuttora” era prerogativa, un tempo, del patriarca di una famiglia che invitava a parteciparvi i parenti più prossimi, i quali contribuivano con “coppe” di granturco, vino, farina o salsicce.

La festa dentro la “cuttora” proseguiva per tutta la notte ed era anche il momento in cui venivano pianificate la semina e le altre attività agresti della famiglia. Alla presenza del Santo erano vietate liti e, pertanto, il momento era propizio per arrivare ad accordi.

Nella “cuttora” erano ben accetti i viandanti o i pellegrini ai quali veniva offerto ciò che la “cuttora” aveva, ovvero la “panetta”, qualche ciambella, un bicchiere di vino e, soprattutto i “cicerocche” conditi grossolanamente con un pò di lardo (chi se lo poteva permettere). I “cicerocche” la mattina venivano poi offerti fuori la chiesa come cibo sacrale per gli animali.

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